"la luce splende nelle tenebre,
ma le tenebre non l'hanno accolta."
Giovanni 1, 5

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Antica Compagnia del Paiolo
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Favola di Roberto Lasciarrea

Questa sera vi narrerò una bellissima favola. C’era una volta, tanti e tanti anni fa, come si racconta in tutte le favole che si rispettino e che ascoltavamo magnetizzati  prima di addormentarci, c’era una volta, dicevo, in un paesino della Toscana, una nobile famiglia. Lì viveva la famiglia Rustici, composta dal babbo, mamma e dal piccolo Giovan Francesco. Il ragazzino dimostrò, sin da piccolo, la sua grande personalità, già riconosciuta in questa cittadina che si chiamava Firenze. La sera, quando “IBBABBO” tornava dal lavoro, la famigliola si radunava attorno al camino. Il loro desinare veniva cucinato in un recipiente di rame o alluminio: il paiuolo. In questo caso assolutamente in rame. (Il paiuolo è rotondo, profondo, dotato di un manico arcuato e anche mobile per mezzo del quale si appendeva, ormai è di rigore l’imperfetto, ad una catena nel centro del camino. Vi si cucinavano oltre alla polenta o “pulenda”, come ancora si sente dire dai nostri vecchi, i fagioli così che si  parlava anche  di “paiolata di fagioli”). Giovan Francesco, crescendo,  era diventato orafo e pittore, ma si interessava,  “singolare fiorentino a istrici, aquile e serpi”. Ebbe l’idea  di formare una  compagnia, che, guarda caso, chiamò Compagnia del Paiuolo, perché intorno ad esso si sarebbero svolte le loro amichevoli riunioni. Il fine era quello,  cultural-conviale, come si dice oggi, dettato da una forte amicizia che univa i componenti di questa compagnia , anche con coloro vincolati ad altri sodalizi quali la Cazzuola, la  Casseruola e il Calderone, tutte intimamente legate fra loro,  senza ombra di alcun antagonismo o concorrenza, ma con uno spiccato senso di appartenenza, tanto che questi gruppi avevano lo stesso scopo.                    Lo spirito primario del “Paiuolo” era proprio esaltato dal forte desiderio di trascorrere insieme quei momenti all’insegna della gioia, spensieratezza, divertimento, nonché il buon cibo, preparato, ognuno nella propria casa, barattato,  magari, con il piatto dell’amico. Senza peraltro sottovalutare l’aspetto coreografico delle pietanze, ulteriore motivo per lo scambio  del loro disquisire. Lo spirito, come già detto, era senza ombra di antagonismo o concorrenza, consumato al canto del fuoco.
Quando nacque questa associazione, nel 1512, Giovan Francesco Rustici,  aveva 38 anni. Per istituire la Compagnia del Paiuolo, chiamò a sé 12 membri con il preciso intento di unire gli artisti dell’epoca. Il tutto ambientato in questa Firenze, paesino  esportatore di burle, beffe, dall’irriverente piacere della convivialità, a cui si aggiungeva la fantasia di quel popolo che tutto contesta. Purtroppo, con il passare degli anni e i mutamenti generazionali, si avverò quanto diceva allora Giorgio Vasari, circa cinquant’anni dopo la fondazione della Compagnia e cioè che, anche se non completamente morta, “languiva”. La sua previsione di “morte”purtroppo  si avverò. Passa questo lungo, lungo, lungo tempo di silenzio, dove tutti pensavamo che di questa Associazione non avremmo più sentito parlare. Ecco che improvvisamente rinasce. Merito di un gruppo con le stesse finalità originarie.  Come in tutte le belle favole, arriva anche il principe, che con un  bacio risveglia la principessa dormiente.  Il nostro principe ha un nome. Chi è? E’ persona infaticabile, incontenibile, vulcanico, uomo che impersonifica lo stesso spirito del Rustici, con grandi sacrifici e fisici e morali, che ci ha portati fin qui  presentandoci,   oggi pomeriggio, la sua ultima fatica. Il principe è tale Giuliano Borselli da Firenze. Mai domo, oggi ha riunito intorno a sé 43 artisti paiolanti, perpretando, così, il significato di questo prestigioso simbolo. Personalmente non conosco la definizione del bello, mentre mi affascina quanto condivide Borselli rifacendosi ad una frase di Platone: “Il bello non si percepisce con gli occhi, ma con il terzo occhio; quello dell’anima”. Noi davanti a queste opere respiriamo il concetto di allora e di sempre sotto la bandiera dei paiolanti.  Gli artisti qui presenti sono tutti molto bravi, animati dalla felicità di mostrare i propri lavori, perché mossi dallo stesso spirito. “Eccoli  con questa amicizia che dura da tempo, malgrado alcune  ovvie differenze che ci sono tra loro. Tutti uniti da certe regole che non si sono mai  detti:  primo fra tutti la condivisione; poi come disse uno dei protagonisti del film “Amici miei” di Monicelli,  il diritto di sfottersi reciprocamente, la voglia di ridere, di divertirsi, ed il gusto difficile di non prendersi mai sul serio”.  E’ grazie a tutti voi artisti, che il Paiolo rivive e che questa meravigliosa favola continui. Il piacere di stare assieme qui, in questa sede. Non come il Rustici davanti al paiolo, bensì al cospetto di una mostra di pittura, una collettiva, quindi, come allora, uniti in uno scopo comune quello del nostro antico fondatore. Il principe sposò la principessa ed ebbero tanti paiolanti.  Vissero così felici e contenti.


 

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