spunti per il terzo trattato sulla “computerart”  visitando:
“PENSIERI VISIBILI DI UNA COPPIA AL LAVORO”
alla Galleria Poggiali e Forconi di Firenze dal 19 aprile al 19 luglio 2008
Achille Bonito Oliva presenta J&Peg, due giovani artisti in un combinato tecnico all’insegna delle nuove tecnologie nell’arte.
Prima parte: I TELERI


J&Peg 1+1=1, 2007, 100x100 fotografia e acrilico su pvcIl 19 aprile 2008 si è inaugurata, presso la Galleria Poggiali e Forconi di Firenze, “Working Mates”, prima mostra personale di J&Peg.
La sigla J&Peg, quasi un logo, inventato dal duo Antonio Managò e Simone Zecubi, la dice lunga nel richiamare immediatamente uno dei più usati formati per il salvataggio delle immagini nella fotografia digitale, JPEG (Joint Photographics Experts Group) appunto, standard per la compressione delle immagini fisse.
Una dichiarazione, la loro, di adesione al settore globalizzato e globalizzante dell’arte visiva - ahime! forse destinato ad intristirci un po’ - al quale la maggior parte delle nuove leve sembra volersi rivolgere confidando nella utilizzazione sempre più spinta delle nuove tecniche digitali per la produzione e l’elaborazione di immagini nella speranza di accelerare il loro ingresso in un appetibile mercato.
E questa dichiarazione d’intenti, nel loro inconsueto e articolato processo creativo, è avvalorata anche dai numerosi neologismi dall’inglese che accompagnano la loro documentazione: un vezzo, una chiara dichiarazione di “non appartenenza” a quella arte che è rimasta appannaggio – forse – di pochi irriducibili nostalgici, quella della pittura vera, “di pennello”, della pittura di sempre, quella che lo stesso Bonito Oliva già negli anni settanta provava – con indubbi risultati di mercato – a traghettare nella museologia battezzando il gruppo della transavanguardia, peraltro ben presente nei programmi della Poggiali e Forconi che ha recente concluso una mostra di Enzo Cucchi.
Una decisa presa di posizione, dunque, quella del “duo” che testimonia con forza l’apertura nuova dell’arte di ricerca di oggi al “ tutto è ammissibile”, meglio se condito da comode “scorciatoie” tecnologiche che partono comunque da una complessa progettazione.
"Working Mates", coppia al lavoro come li ha definiti Bonito Oliva o meglio, direi io, compagni di gioco, tanto sembra un grande gioco quello che i due compagni praticano con loro sicuro godimento e con la volontà chiara di trasmettere ai visitatori il loro inesauribile desiderio di giocare. Sì, giocare con le regole della prospettiva, del colore, della luce. Proprio alla magia della luce si appella totalmente il loro lavoro, a quella luce che, in ultima analisi, rompendo il buio fitto nelle tenebre di un infinito senza misure e forme, improvvisamente svela il mondo degli oggetti, appagando, alla fine, i nostri sensi.
Entrambi vivono e lavorano a Milano uno dei pochi “luoghi deputati” per l’arte contemporanea in Italia. I loro lavori mostrano le qualità e le abilità proprie di due tra le fondamentali scuole di una Accademia di Belle Arti: sono infatti entrambi diplomati all’Accademia di Brera: Antonio Managò proviene dalla scuola di scultura e Simone Zecubi da quella di scenografia. Le sostanziali differenze curriculari delle due scuole emergono, anche se sorrette dall’ humus comune dell’insegnamento accademico, ma si rivelano complementari in un progetto avanzato di ricerca artistica, decisamente originale, attuale.
J&Peg Do you know my name, 2008, cm 170x250, fotografia e acrilico su pvcA questo proposito bisogna dare atto a Poggiali e Forconi di portare avanti un tentativo di indubbia qualità per portare fuori dal gretto provincialismo questa nostra contraddittoria città di Firenze.
Per la mostra, curata da Achille Bonito Oliva, sono stati organizzati due spazi: la sede storica della galleria fiorentina in via della Scala ed il laboratorio nella vicina via Benedetta, al 3 /rosso, recentemente trasformato in project room.
Per ora mi soffermo al primo spazio dove sono esposte quindici opere inedite di grande formato, quello della sede storica della galleria fiorentina in via della Scala, dove fanno bella mostra quelli che mi pare appropriato definire i “teleri” di J&Peg: con “a day at Luna Park” ( fotografia e acrilici su pvc) si raggiungono i 220x320 cm. Misura considerevole per un trasporto digitale su materiale flessibile intelaiato che sfida il target della stampa industriale e da cartellonismo, ma la qualità delle riproduzioni digitali è sicuramente eccellente.
Nelle opere di J&Peg, strani personaggi improbabili, spaventa-passeri e clown, fissati in atteggiamenti ed ambientazioni simboliche, compiono gesti in condizioni improbabili. Indipendentemente dal soggetto raccontato o dall’oggetto passivamente proposto nel suo edonistico perfezionismo formale, prevale in modo assoluto la tecnica utilizzata, principale valore del loro fare.
Determinante nel loro raccontare è l’uso del modello vivente, persino il pretestuoso uso del nudo o degli objects trouvès. Personaggi mostrati con l’iperrealismo di “costruzioni” fotografiche ad alta definizione, si muovono in ambientazioni al limite del surreale, corredate da frammenti architettonici, entro una ambientazione determinata da fondali neri, utilizzati a ricreare le condizioni fisico - ottiche del “corpo nero” che si accende alla forma ed al colore degli oggetti collocati, grazie ad una sapiente illuminotecnica.
I lavori di J&Peg sono il risultato di un processo lungo e complesso, fatto di costruzioni materiali di modellini e piccoli set semicinematografici, scatti fotografici e interventi pittorici.
La costruzione del set “ci permette a priori di avere una visione completa”, affermano i J&Peg, “ci dà la possibilità di studiare e modulare la luce su ogni singolo oggetto fotografato …. vediamo il nostro lavoro come la fusione di due tecniche che provano una forte attrazione l’una verso l’altra e come due veri amanti si uniscono”.
L’uso della pittura nel bilancio globale del loro lavoro appare però pretestuoso, a meno che per pittura non voglia intendersi in effetti il risultato finale dell’immagine piana riprodotta sul “telero” e non soltanto i timidi interventi a pennello che si annullano nel preponderante formalismo fotografico.
Achille Bonito Oliva, nel bel catalogo curato da Lorenzo Poggiali, non tralascia l’occasione per regalarci, come sempre, profondi ragionamenti sul senso dell’arte oggi e questo, credo, sia tra i meriti più tangibili del critico d’arte. Vero è che in questo saggio su J&Peg, per certificare questa coppia d’arte vocata alla globalizzazione, ha scomodato molti riferimenti importanti e curiosi, da Paul Klee a Bosch e Caravaggio, da Baudelaire al mago di Oz e all’immancabile Warhol. Sicuramente ha scritto nel suo solito modo convincente e documentato per garantire a J&Peg un qualche ingresso nel sistema dell’arte, quello da lui preannunciato e via via codificato, dalla transavanguardia in poi.
Bonito Oliva osserva, tra l’altro: “… Naturalmente qui il Bello è volutamente costruito. Rinvia sempre ad un altrove reso possibile dalla riproduzione tecnologica, ma anche corretto dalla manualità artigianale. La convivenza dei diversi media tra di loro permette una iconografia che vive ai confini tra enigma e senso esplicito. Qui l'arte sembra confermare un'inedita vocazione, quella di essere una sorta di Bocca della verità che non ci parla con sentenze ambigue e oscure, ma piuttosto illustra il bisogno dell'uomo di marcare limiti psicologici e sociali. Per farlo J&Peg utilizza sul piano della comunicazione la familiarità fruitiva che proviene al grande pubblico dal cinema, la fotografia, il teatro e la virtualità dei giochi interattivi …”

Riccardo Saldarelli

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